La bandiera dei quattro mori

Lo stemma dei quattro mori compare per la prima volta nei sigilli in piombo della Cancelleria reale aragonese (1281), sotto il regno di Pietro il Grande. Nel Quattrocento si consolida la leggenda che spiega i quattro mori sullo stemma con l'intervento di san Giorgio nella battaglia di Alcoraz nel Nord della Spagna, vinta nel 1096 dagli Aragonesi contro i mori invasori che lasciarono sul campo di battaglia anche le teste coronate di quattro loro sovrani. In Sardegna e sui documenti sardi la prima sicura attestazione dello stemma è sul frontespizio degli atti del braccio militare del parlamento sardo, i “Capitols de Cort del Stament militar de Serdenya” stampato a Cagliari nel 1591. Dal Settecento ai quattro mori fu sovrapposto lo stemma sabaudo con aquila recante sul petto lo scudo rosso con croce bianca. La riscoperta delle identità nazionali, molto sentita nell'Ottocento, portò a percepire lo stemma dei quattro mori come simbolo identitario ed a riportarne l'origine al periodo giudicale (ogni moro rappresenterebbe un giudicato o regno).

La fisionomia dei mori raffigurati sullo stemma negli esemplari trecenteschi è accentuatamente negroide, con naso camuso e labbra prominenti; la capigliatura e la barba sono ricciute. Poi i tratti diventano occidentali e manca la barba. L'orientamento varia, ma il viso è prevalentemente rivolto a sinistra. La benda non è costantemente raffigurata. I sigilli dei reali aragonesi e lo stemmario di Gelre mostrano i mori con il capo scoperto; la benda sulla fronte si trova a partire dal Quattrocento e compare contemporaneamente alla leggenda della battaglia di Alcoraz.

La benda sugli occhi è una variante del Settecento, forse dovuta a inesatta comprensione del disegno. Alla successiva istituzione della Regione Sardegna, un'apposita legge regionale nel 1999 portò a cambiare la bandiera dei Quattro Mori dalla versione del Regno Sardo-Piemontese a quella con la benda che non copre gli occhi e con gli sguardi dei mori opposti all'inferitura.

  

Lingua

La lingua sarda è una lingua romanza o neolatina; la sua evoluzione comincia durante il periodo romano, a partire dal 238 d.C. L’origine latina della lingua viene però contaminata dalle influenze aragonese, catalana e spagnola dal 1300 al 1700 d.C. La contaminazione è più forte in alcuni luoghi, ad esempio Cagliari e Alghero. Altre lingue hanno contaminato il sardo nel corso della storia, sopratutto il pisano, il genovese medievale e l’italiano piemontese. In Sardegna, oltre al sardo propriamente detto sono presenti altre varietà e parlate quali il catalano di Alghero, il gallurese e il sassarese (che sono considerate varietà-ponte con il corso) e il tabarchino, dialetto di origine genovese parlato a Carloforte dai discendenti di coloni liguri provenienti dall'isola di Tabarca (Tunisia). Inoltre anche nella stessa lingua sarda si distinguono numerose varianti, riconducibili a due varianti principali, una centro-settentrionale(o logudorese) e l'altra meridionale (o campidanese), che si suddividono a loro volta in diverse sotto varianti. In realtà ogni paese parla la sua variante locale. Nel 2007 è stata varata una legge regionale che ha introdotto ufficialmente sa limba sarda comuna, una forma ufficiale di lingua sarda, una forma mediana delle differenti forme linguistiche presenti sull’isola.

   

Musica

Canto a tenore

La Sardegna è nota in tutto il mondo anche per il Canto a Tenore, dichiarato nel 2005 Patrimonio Intangibile dell’Umanità. E’ eseguito da quattro voci maschili: un solista, che espone il testo, e i coristi che accompagnano con sillabe senza senso. Le sue origini sono remote e incerte. Alcuni autori sostengono che sia nato durante l’epoca nuragica in seguito al ritrovamento di un bronzetto raffigurante un suonatore di launeddas, strumento a tripla canna, che da un punto di vista armonico è simile al canto a tenore. Da qui l’ipotesi che si siano evoluti durante la stessa epoca storica. Un’altra teoria sostiene che il canto a tenore sia l’imitazione del pastore dei suoni della natura, in particolare in ogni coro si trovano: sa contra, che si rifà al belato della pecora, su bassu, che si rifà al muggito del bue, sa mesu boghes, che si rifà al sibilo del vento, sa boghe che si rifà alla parola umana. L’area in cui il canto a tenore è una tradizione è quella del Gennargentu (Barbagia, Baronia, Goceano, Marghine, Logudoro), nelle altre parti dell’isola si è estinto o non è mai esistito. In quasi ogni paese di queste regioni esistono sonorità, peculiarità interpretative e repertori differenti.

I canti a tenori sono estremamente variabili, ma si possono individuare tre melodie principali: una pacata e malinconica (a boghe ‘e notte); una per accompagnare i balli (a boghe ‘e ballu); una per accompagnare i poeti (a muttos)

Ascolta il Ballu a passu turturinu

Cantu a concordu

E’ il canto dedicato alle liturgie sacre. Differente dal tipico canto a tenore per alcune caratteristiche tecniche e per la rigida esecuzione di un testo scritto, a sfondo religioso, che non prevede improvvisazioni.

Coro polivocale

Discende dal canto a tenore ma ha origini più recenti, databili al periodo in cui la Chiesa introdusse in Sardegna i canti gregoriani. E’ composto da 15 a 30 coristi. Ha repertori sia sacri che ispirati alla vita quotidiana della tradizione sarda.

fonte: www.sardegnacultura.it

 

Artigianato

I manufatti artigianali sardi sono oggetti della vita e dell’uso quotidiano. Vi presentiamo un breve esempio di alcune delle arti artigianali sarde: intaglio del legno, tessitura di tappeti, ceramica, gioielli.

            

 

L'impresa è stata agevolata grazie all’avviso "promuovidea finanziamento nuova impresa" realizzato con il contributo del POR FSE 2007/2013 - Regione Sardegna - Asse II Occupabilità linee di attività e.1.2 ed e.3.1.

 

 

        

 

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